Bioplastiche compostabili: a Roma il primo forum italiano

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Illegalità, dumping dei prezzi e disinformazione sono le principali minacce per la filiera delle bioplastiche compostabili, una risorse del Paese che va sostenuta e protetta.

Un gioco di squadra che coinvolga tutti i protagonisti, istituzioni comprese: è questo il messaggio che arriva diretto dal primo Forum italiano delle bioplastiche compostabili. Il primo di una lunga serie, secondo le intenzioni di Biorepack, il Consorzio nazionale per il riciclo organico degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile, promotore dell’evento in collaborazione con Assobioplastiche e CIC (Consorzio Italiano Compostatori).

Una location d’eccellenza, l’Auditorium dell’Ara Pacis, a Roma, che ha accolto il 12 giugno 2024 una platea variegata e numerosi rappresentanti della filiera: un’occasione per presentare il X Rapporto di mercato sulla filiera dei biopolimeri compostabili, pubblicato da Plastic Consult. Ma anche per sancire un’alleanza tra i rappresentanti del comparto e le istituzioni, con la partecipazione del viceministro del MASE, Vannia Gava.

Le bioplastiche compostabili nel X Rapporto di mercato

Evoluzione della produzione nazionale di polimeri compostabili (tonnellate, 2012-2023); fonte: Plastic Consult per Assobioplastiche

Nel 2023 la filiera delle bioplastiche compostabili ha mostrato segni di frenata, dopo un decennio di crescita costante, durante il quale sono triplicati i volumi prodotti. Allo stesso tempo è però raddoppiato il fatturato, il numero degli addetti e quello delle aziende. Uno scenario agrodolce quello che “fotografa” il X Rapporto sulla filiera italiana delle bioplastiche compostabili, con un minuzioso lavoro realizzato – come da tradizione – dalla società di ricerca indipendente Plastic Consult, direttamente per il consorzio Biorepack.

Vediamo i dettagli. Dopo il record del 2022 (1,16 miliardi di euro), lo scorso anno il fatturato si è contratto di 29,1 punti percentuali, scendendo a 828 milioni. Il freno deriva da una serie di fattori esogeni, primo tra i quali l’andamento economico globale e la flessione registrata dai listini. In diminuzione anche il volume dei manufatti prodotti, con un calo di 5,5 punti percentuali rispetto al 2022 (120900 t nel 2023), analogamente alle resine termoplastiche convenzionali vergini (-6%).

Analizzando invece i settori applicativi, è il comparto del monouso quello che mostra i maggiori segni di difficoltà (-20%), a causa di due principali fattori. Da un lato il finto riutilizzabile e dall’altro il manufatto Made in Far East, due elementi di concorrenza sleale che andrebbero regolamentati al più presto. In particolare, il prodotto asiatico entra sul mercato europeo con un prezzo inferiore alla materia prima utilizzata dai produttori UE: è chiaro, quindi, che non c’è confronto. E il danno diventa oggettivo.

Segni positivi, invece, arrivano dai prodotti connessi alla raccolta dell’umido e ai film per l’agricoltura, le cui produzioni, nel 2023, sono cresciute rispettivamente di 10 e 6 punti percentuali. In aumento anche il numero di aziende italiane del comparto. Sono 288, suddivise in produttori di chimica di base e intermedi (5), produttori e distributori di granuli (20), operatori di prima trasformazione (198), operatori di seconda trasformazione (65).

In linea con gli obiettivi di riciclo: il merito è dei Comuni

A livello di riciclo organico delle bioplastiche compostabili, l’Italia si conferma in linea con gli obiettivi fissati da Bruxelles

Tendenzialmente stabile (-0,8%) il numero di addetti dedicati; quelli, cioè, che si occupano direttamente dei prodotti che entrano nella filiera delle bioplastiche compostabili. Analizzando invece le attività di riciclo organico delle bioplastiche compostabili, l’Italia si conferma già in linea (e oltre) con gli obiettivi fissati da Bruxelles. Con un tasso al netto degli scarti pari al 56,9% dell’immesso al consumo (44338 t a fronte delle 77900 immesse sul mercato), il Bel Paese supera il target del 50% e del 55%, da raggiungere rispettivamente entro il 2025 e il 2030.

Un dato molto interessante (in crescita) è quello che vede il coinvolgimento dei Comuni convenzionati con Biorepack. Al momento sono oltre 4600 (58,5% del totale), contando 43,6 milioni di cittadini, ovvero oltre il 74% della popolazione italiana. Rispetto al 2022 il valore è aumentato di circa 10 punti ed è destinato a crescere anche nel 2024.

Nel 2023 il riconoscimento economico offerto ai Comuni – per coprire il costo di raccolta, trasporto e trattamento degli imballaggi in bioplastica compostabile, provenienti dai rifiuti domestici – è stato pari a 9,4 milioni di euro. Parliamo quindi di cifre importanti, a fronte di un prezioso servizio per l’ambiente: per ogni tonnellata di rifiuto organico processato tramite compostaggio (e non smaltito in discarica) si risparmiano 1,4 tonnellate di CO2eq, di seguito ai benefici associati all’utilizzo del compost nei terreni agricoli.

Gli ostacoli per la filiera: dal dumping asiatico…

Sebbene i dati non debbano creare allarmismi, non vanno neppure sottovalutati, proprio in considerazione del ruolo strategico che assume la filiera, non solo sul mercato italiano ma all’interno dell’intero scenario europeo. Parliamo di un comparto che in 20 anni è stato capace di interconnettere più mondi operativi, partendo proprio dall’agricolo e arrivando a quello industriale. Pensiamo poi agli investimenti in ricerca e sviluppo, senza dimenticare l’aspetto ambientale, con la realizzazione di quella sostenibilità tanto richiesta da Bruxelles nell’ambito della Transizione green.

Tuttavia, al di là dei numeri e della congiuntura, non è la debole crescita a preoccupare il comparto, ma una serie di distorsioni che vanno raddrizzate, nel più breve tempo. Serve un’azione normativa e cogente per combattere le diverse forme di illegalità tollerate. Se il DL 2/2012, convertito in Legge 28/2012, prevedeva sanzioni per la circolazione di sacchetti non bio, ad oggi continua una indifferente commercializzazione di bag per asporto merci realizzati in materiali tutt’altro che compostabili.

Dopo oltre dieci anni dall’entrata in vigore della normativa, si combatte, ancora, con produzioni fuori dai termini di legge o con marchi che, sembrando green oriented, traggono in inganno. Perché nessuno frena queste importazioni, che arrivano perlopiù dall’Asia (con il consenso dei Governi locali)? Assistiamo, senza reagire, al più classico dei dumping, a danno non solo del mercato europeo ma anche dell’ambiente.

…alla truffa legalizzata del “re-usable”

Pensiamo poi ai beni “pseudo riutilizzabili”: una delle più grandi prese in giro, legalizzate dalla legge. O sarebbe meglio dire impunite? Sebbene piatti, posate e bicchieri realizzati in plastica tradizionale siano oggi vietati dalle norme sul monouso, con l’apposizione del termine “riutilizzabili” possono essere commercializzati. Ma chi garantisce questo “re-usable”? Una semplice autodichiarazione. E una grave “lacuna legis” che l’ordinamento italiano tarda a sanare.

La materia sarebbe normata dal Decreto legislativo 196/2021, che, però, non indica i parametri tecnici per poter definire riutilizzabile un prodotto. Questa falla ha quindi favorito una pericolosa indifferenza delle imprese che non hanno riconvertito le produzioni, continuando a operare nel silenzio normativo. Pertanto, tra prodotto asiatico e plastica riutilizzabile non se ne viene a capo. Lo continua a ripetere, da anni, Luca Bianconi, presidente di Assobioplastiche, auspicando una reazione rapida per salvaguardare l’eccellenza industriale italiana.

A fronte dei numerosi sforzi sostenuti dalle aziende per rientrare nei parametri di sostenibilità, e in considerazione delle ingenti risorse spese anche a livello statale, per favorire un mood green tramite i crediti d’imposta, arriva poi l’escamotage (asiatico o normativo) e annulla ogni sforzo. Ma c’è anche un altro elemento, molto subdolo.

La disinformazione, un danno diretto per l’utilizzatore finale

Alcuni delle personalità sul palco del primo Forum italiano sulle bioplastiche compostabili (da sinistra): la moderatrice Tonia Cartolano (Sky TG24), Marco Versari (presidente di Biorepack) e Lella Miccolis (presidente del CIC)

Meglio definibile come informazione distorta, la disinformazione crea confusione nell’utilizzatore. Costui, pensando di agire nel bene, conferisce in maniera sbagliata i rifiuti e danneggia la qualità della raccolta differenziata. Un pericolosissimo downgrade, con una serie di ostacoli che minano il bene del settore, compromettendo le performance produttive di compost. È questa la accorata denuncia di Marco Versari, presidente di Biorepack.

Ogni chilogrammo di materiali non compostabili corrisponde a una perdita di 1,65 kg di matrici compostabili. Bisogna quindi separare le plastiche, i metalli o il vetro prima delle operazioni di riciclo, evitando di sporcare la raccolta dell’umido. Diversamente, sostiene Versari, verranno danneggiati i margini di crescita delle aziende, provocando problemi economici e di gestione ai Comuni.

Ma non solo. Il danno arriva diretto anche al cittadino. Ce lo ricorda Lella Miccolis, presidente del CIC. La produzione di compost dai rifiuti valorizza una frazione dei rifiuti domestici che rappresenta il 40% del totale: una raccolta della frazione organica, operata dal CIC, che valorizza le attività di riciclo e promuove la produzione di compost e biometano. Un’eccellenza dell’economia circolare in Italia che riporta fertilità ai terreni agricoli, riducendo l’uso di fertilizzanti di origine chimica.

Previsioni e alleanze per la plastica biodegradabile

L’intervento del viceministro del MASE, Vannia Gava

Se cala la quantità di rifiuti inviati in discarica, diminuisce anche la produzione di ulteriore CO2 e si preserva la capacità di stoccaggio di carbonio da parte dei terreni agricoli. D’altra parte, la raccolta dell’umido non è un’opzione: è un obbligo. E, allora, perché non puntare su una comunicazione efficace che favorisca un percorso virtuoso, sostenendo la produzione di compost e valorizzando la salvaguardia dei suoli?

Questa, secondo la presidente Miccolis, potrebbe essere una valida soluzione per uscire dalla stasi attuale. Ma di chi è la colpa? Rectius: di chi è la responsabilità? Di tutti. È necessario un “gioco di squadra”, per usare le parole di Enzo Bianco, coordinatore Anci-Conai, con un dialogo interconnesso tra i protagonisti delle bioplastiche. È poi vitale dare spazio alla filiera, a livello di Made in Italy, con l’attribuzione di un codice Ateco che possa identificare le produzioni.

Infine, va incrementato il dialogo diretto tra le associazioni e i decisori politici, con l’intervento governativo. Su questo punto interviene il MASE, che offre la sua massima disponibilità. E lo fa attraverso un accorato discorso del viceministro Vannia Gava, sancendo una alleanza che porti all’apertura di un “tavolo”.  Un futuro momento di confronto (quanto prossimo?) tra le parti, per rivedere le nuove tecniche di riciclo delle bioplastiche, anche alla luce della recente procedura d’infrazione contro l’Italia, per la mancata conformità alla Direttiva SUP.

Tutti assieme, per difendere un settore strategico importantissimo per il Paese.

Marianna Capasso


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